Andrea CHIESA – Bernardo GAMBARINI
Delle cagioni e’ de rimedi delle inondazioni del Tevere. Della somma difficoltà d’introdurre una felice, e stabile navigazione da Ponte Nuovo sotto Perugia sino alla foce della Nera nel Tevere, e del modo di renderlo navigabile dentro Roma. In Roma, Nella Stamperia di Antonio de’ Rossi, 1746. 119, [1] p. ill., 2 tav. ripieg. fol. (43 cm) (coll. C.IV.9)

Nell’anonima prefazione di questa famosa opera si ricorda come Jacomo Castiglione annoveri trentasei grandi inondazioni di Roma dalla sua fondazione al 1598 e che tantissime altre e gravi, testimoniate dalle varie iscrizioni sparse per la città, sono seguite da allora. Dopo l’ennesima piena del Tevere nel 1742 e il solito triste seguito di morte di persone e animali, rovine per tutta la città e le immancabili diatribe sulle vere cause del fenomeno, verso la fine dell’anno seguente il pontefice Benedetto XIV chiamò a Roma due suoi conterranei, gli ingegneri bolognesi Andrea Chiesa e Bernardo Gambarini perché chiarissero lo stato delle cose e proponessero eventuali rimedi: “…Ed eglino prestamente all’opera accingendosi, né dalla noja della fatica, né dal pericolo d’aria insalubre nella calda stagione ritardati in pochi mesi a perfezione la trassero, e poi le ridussero in Profili e in mappe, e in due Relazioni partitamente le dichiararono, l’una delle quali alla visita delle Chiane appartiene, l’altra allo stato, & adiacenze del Tevere.” L’interesse del papa era rivolto anche alla navigazione urbana ed extraurbana del fiume, ma sia per questo problema che per quello delle inondazioni le relazioni dei due ingegneri non lasciarono molte speranze, limitandosi piuttosto alla constatazione delle enormi difficoltà e dei costi insostenibili di opere se non inutili, certo solo palliative.

La prima relazione descrive il minuzioso scandaglio dell’alveo e la ricognizione delle rive lungo tutto il corso del fiume. In essa l’individuazione delle principali cause delle alluvioni interne alla città è la stessa di tanti altri autori e anche “…i rimedi per tener più basse le inondazioni ed impedirne alcune, delle minime…” sono appunto non risolutivi e non differiscono da quelli del Bacci, di Castiglione e di tanti altri. Essi consistono nella rimozione dei resti degli antichi ponti Sublicio e Trionfale e di altri muri e fabbriche diroccate nell’acqua; nel trasportare le sia pur utili mole ad acqua a monte, fuori della città, liberando il fiume delle lore palizzate tanto nocive al libero corso della corrente; nel liberare i ponti da tutti i depositi di terra ed altre materie creatisi a ridosso delle loro strutture; nella rimozione anche di un isolotto formatosi al principio dei due rami che formano l’isola Tiberina. Gambarini e Chiesa danno molti suggerimenti per compiere queste operazioni mentre a p. 51-52 definiscono come “… posti verso il confine dell’impossibile …” o “… di … eccessiva spesa …” interventi più consistenti come la creazione di grandi argini (muraglioni), di collettori per l’acqua delle chiaviche, di “drizzagni”, cioè raddrizzamenti di gomiti troppo stretti dell’andamento del fiume.

È firmata solo dall’ingegner Gambarini la seconda relazione, dedicata alle Chiane (biforcazione del fiume omonimo in Toscana prima di entrare nel Paglia e quindi nel Tevere) tante volte e da tanti autori ritenute una delle cause principali delle piene disastrose del fiume fuori e dentro Roma. L’ingegnere bolognese sostiene e dimostra che i lavori di bonifica in quel luogo, causa di tante liti fra Firenze e Roma, non hanno avuto effetti negativi e che l’acqua delle Chiane non può essere quindi causa delle inondazioni tiberine. Sul problema della possibilità di restituire una stabile navigabilità tra Perugia e la confluenza della Nera nel Tevere, il volume contiene la relazione della visita fatta in quei luoghi, per incarico di Clemente XII, da Giovanni Bottari e Eustachio Manfredi, che così la concludono: “…talchè a considerar bene quanto da noi si propone piuttosto che animar a intraprendere questa navigazione, potrà forse servire a deporne per sempre in avvenire le diligenze, e il pensiero.”

In fine una relazione firmata dal solo Chiesa tratta del modo di rendere navigabile il tratto cittadino del Tevere tra Ripetta e Ripa Grande, ormai percorso quasi soltanto da piccole imbarcazioni. Vengono indicate come cause che rendono difficoltosa o impossibile la navigazione la poca altezza dell’acqua, la soverchia pendenza dell’alveo, numerosi impedimenti che lo ingombrano come ruderi, palizzate, e i mulini, soprattutto quelli sotto il ghetto e quello vicino a Ponte Rotto. Nel complesso, nonostante i particolareggiati rimedi suggeriti, l’Autore non sembra molto convinto della loro efficacia e convenienza economica. Da quanto sopra accennato appare evidente che anche le idee di Gambarini e Chiesa non valsero a risolvere nulla del secolare problema del Tevere, ma quello che ha reso memorabile la loro opera sono le rilevazioni, da essi compiute con grande precisione e impegno, di tutto il corso del fiume e la loro raffigurazione. La pubblicazione infatti, già impreziosita da piccole incisioni di vedute di antichità romane, è corredata da due grandissime tavole pieghevoli che danno una esatta descrizione dello stato del fiume alla metà del ‘700, con tutto ciò che è in esso, sopra e accanto ad esso.
La prima (167 x 73 cm), intitolata “Pianta del corso del Tevere e sue adiacenze dallo sbocco della Nera fino al mare e profilo di livellazione del medesimo…” raffigura anche, in scala più grande, le vedute e sezioni di Ponte Felice, vicino Magliano Sabina, Ponte Molle, Ponte S. Angelo, Pontre Sisto, Ponte Quattro Capi, la facciata di S. Bartolomeo all’Isola, la veduta del Ponte Ferrato (Cestio).
La seconda (67 x 48 cm) è intitolata Andamento del corso del Tevere, e sue adiacenze per il tratto della città di Roma, e profilo di livellazione, e sezioni, che comincia dal Porto di Ripetta fino al Porto di Ripa Grande per esaminare se si possa rendere navigabile questo fiume fra i sud.i Porti…

Inoltre in questo esemplare dell’opera di Chiesa e Gambarini si trovano, senza far parte dell’edizione, due altre grandi piante, relative alle Chiane, delineate a mano e anch’esse di interesse storico-documentario notevole. La prima, in pergamena (89 x 59 cm), è a colori con cartigli e stemmi dorati e reca il titolo: Pianta e profilo dello stato dell’acque delle Chiane dal Ponte Valiano fin’ al Ponte di sotto, e di lì ai Muro grosso, riscontrata con quella fatta l’anni 1663, e 1664, e ridotta al pnte stato ne mesi Maggio e Giugno 1719 da noi Egidio Maria Bordoni Ing.e per la parte di S. S.ta Giovanni Franchi Ing.e per la parte di S. A. Re.
La seconda, cartacea (150 x 53 cm), anch’essa a colori, è intitolata Pianta delle Chiane da Valiano fino al Bastione detto al Campo alla Volta e di qui fino al muro Grosso tratta dalle piante fatte, e nel 1719 dal fu Sig.r Egidio Bordoni, e nel 1724 dalli Sig.ri Bonacursi, e Facci, ridotta ed accomodata al presente stato, ritrouato il mese di Febraro del corrente nno MDCCXLIV. (Ada Corongiu)