I globi del Salone

Come si costruisce un globo secondo l’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert

[a cura di Iolanda Olivieri]

Si chiamano globo celeste e globo terrestre, due strumenti di Matematica, di cui il primo serve a rappresentare la superficie concava del cielo con le sue costellazioni; e il secondo la superficie della terra, con i mari, le isole, i fiumi, i laghi, le città, etc. Sull’uno e l’altro si trovano descritte molte circonferenze di cerchi che gli Astronomi hanno immaginato per poter rendere ragione del meccanismo dell’universo” .
Così comincia Robert de Vaugondy, geografo del re di Francia ed estensore dell’articolo Globe dell’Encyclopédie, che, dopo una brevissima dissertazione storica e una osservazione dal tono critico su un’ eventuale disamina approfondita dei vari globi pubblicati che sono piuttosto oggetto del commercio di loro autori, che prova della loro conoscenza nella composizione di queste opere, ritiene interessante piuttosto trattare della costruzione di questi strumenti, distinguendola in una parte puramente geometrica, che dà il metodo di disporre su una superficie piana gli elementi che costituiscono la superficie sferica del globo, ed una meccanica che indica il sistema di costruzione e di montaggio per globi perfetti.
Nella meccanica – la parte più curiosa ed accessibile per chi non sia geografo od astronomo – si osserva che nulla è più essenziale della precisione nella rotondità e nel montaggio dei globi e l’autore tiene a precisare di essere debitore dell’esattezza della propria descrizione all’esperienza unita alle conoscenze teoriche che ha di questi strumenti: non bisogna dimenticare infatti che nel 1752 egli fu incaricato di costruire due globi per il re Luigi XV.

Sono pochi gli utensili indispensabili per la manifattura di un globo: un mezzo fuso di rame, una o più  mezze sfere di legno, un mezzo cerchio (o calibro) di ferro, una grande cesoia montata su un cuneo di legno che si avvita ad un piano di lavoro  e che serve per tagliare cartoni di qualunque spessore.

Per prima cosa è necessario precisare il significato di fuseau. Se si considera una sfera su cui sono segnati due poli e l’equatore è diviso in trecentosessanta gradi, i cerchi che passeranno per i due poli e per ciascuno di questi gradi chiuderanno uno spazio che va continuamente diminuendo dall’equatore sino all’uno e all’altro polo: questo spazio viene chiamato fuso. Potrebbe sembrare che moltiplicando sempre più il numero di questi fusi ci si possa sempre più avvicinare all’esattezza, ma la pratica contraddice in questo la teoria; pertanto ci si contenta ordinariamente di dividere l’equatore in dodici parti uguali ottenendo quindi dodici fusi. Dopo di ciò è necessario costruire il mezzo fuso di rame proporzionato alla sfera che si vuole costruire. Per cominciare una sfera si prende un foglio di cartone il più sottile possibile, su cui si fissa a mo’ di sagoma il mezzo fuso di rame per la sommità e si tracciano con un punteruolo dodici mezzi fusi convergenti per la sommità.
Bisogna quindi spalmare di sapone umido una mezza sfera di legno durissimo (preferibilmente da ceppi di radica d’olmo campestre esposti lungamente al sole per evitare che si fessurino) montata se piccola su un solo piede di appoggio, se grande su tre piedi; è importante che lo strato di sapone sia abbastanza spesso per non essere disciolto dall’umidità del cartone che vi si deve appoggiare e perché la calotta che si deve modellare sulla forma lignea non vi si attacchi.

Si applica questo primo strato di mezzi fusi ben imbevuti di acqua in modo che il puntale che sta sulla forma passi per il foro comune alla sommità dei mezzi fusi. Questo cartone umido viene applicato con precisione lisciandolo con la mano. Si fissa tutto per mezzo di una corda che si gira al di sotto del tratto che segna l’equatore della sfera e si fa un nodo scorsoio.

Bisogna quindi tagliare ventiquattro altri mezzi fusi, e impregnarli d’acqua e di colla di farina. Se ne applica un secondo strato sfalsato di un terzo rispetto alle giunzioni dello strato sottostante. Avendo fatto lo stesso per il terzo strato si spalma il tutto di colla e quando questi mezzi fusi  appaiono ben uniti si lasciano seccare naturalmente. E’ utile avere almeno due forme dello stesso calibro per poter velocizzare il lavoro e provvedersi di un certo numero di queste calotte in estate quando il clima asciutto facilita l’essiccazione.

Quando la calotta è ben asciutta si traccia con un truschino (strumento che serve per la tracciatura nello spazio, formato da una base piana e un’asta orientabile lungo la quale si può spostare un graffietto) un tratto che determina la metà esatta della sfera, si slega la corda che mantiene lo strato di fusi e con una lama sottile si staccano i bordi del cartone al di sotto della forma. Se ci sono difficoltà a levare la calotta bisogna battere all’interno dappertutto con un maglio di legno: è raro che dopo ciò la calotta non si sfili, a meno che non vi sia un difetto nell’insaponatura.

Ottenute le due calotte si rifilano con le cesoie lungo il tratto segnato dal truschino, poi si raschia il taglio per ingrandire la superficie dell’orlo e per dare più presa al collante che deve unirle. Un’asse di legno, chiamato comunemente “osso di morto”, che ha per lunghezza il diametro interno della sfera, serve per assemblare le due calotte; le sue estremità sono leggermente stondate e a ciascuna di esse si trova una boccola che deve passare attraverso i poli di ogni calotta, a tal fine forati con una fustella dello stesso diametro della boccola.
Nel caso di sfere di grossezza considerevole, per sostenerne la saldatura, invece di un singolo asse ci si serve di tre assi  uniti da un raccordo interno; questi vengono fissati alle due calotte con un collante, curando di compiere molto rapidamente l’operazione per non dare tempo alla colla di fare presa prima che l’assemblaggio sia terminato; se qualche punto della giuntura delle due calotte resta senza colla se ne introduce un po’ con una piccola spatola e, appena la colla è bene indurita, se ne rasa il sovrappiù, applicando poi lungo la giuntura due o tre bande di cartone imbevute di colla di farina.

Le sfere così preparate sono solidissime ma sono ancora troppo irregolari per potervi applicare le incisioni o i disegni dei fusi del globo. Per questo bisogna procedere a renderle ancora più perfette servendosi di un mezzo cerchio di ferro o di rame la cui circonferenza interna sia ad unghiatura e uguale al diametro della sfera da costruire. Esso, di larghezza e spessore molto considerevoli per poter essere resistente, va solidamente ancorato ad un piano di lavoro con gli estremi volti verso l’alto muniti di due perni cilindrici a farfalla che possono essere fissati con viti.
E’ dalla esattezza di questo strumento che dipende la precisione della sfera, che va fissata fra i perni in modo che possa ruotare e viene spalmata di una composizione di gesso e mastice data in uno strato abbastanza sottile in modo che non abbia a fendersi; la sfera va quindi fatta ruotare nel calibro che porta via l’eccesso di mastice e poi la si lascia seccare. L’operazione va ripetuta finché  non si veda più luce tra il mezzo cerchio e il globo; al termine bisogna levigare la sfera lasciando poi seccare il mastice definitivamente.
A questo punto, con uno stiletto e l’ausilio del mezzo cerchio graduato, viene segnato l’equatore, si divide il globo in dodici fusi, si tracciano poi i paralleli, l’eclittica, i tropici e i circoli polari. Ormai non resta più che applicare ogni fuso a stampa del globo su ciascuno dei dodici della sfera.
A tal fine i dodici fusi a stampa vengono ritagliati separatamente, inumiditi, imbevuti di colla d’amido e quindi applicati, avendo cura di far coincidere i paralleli con quelli tracciati precedentemente sulla sfera e di distendere bene la carta con l’aiuto di un brunitoio. Sulla superficie così rivestita si dà
un’ ultima mano uniforme di colla d’amido molto diluita, necessaria per ricevere i colori e gli inchiostri della parte figurativa del globo. Finalmente si può lasciare tutto a seccare in un ambiente asciutto e non polveroso, per passare poi al montaggio  su un meridiano ed un piano d’orizzonte ancorati alla struttura portante del globo.

Queste, in estrema sintesi, le istruzioni di Didier Robert de Vaugondy (Parigi 1723 – 1786), figlio del cartografo e geografo Gilles (1688 – 1766) che prestissimo lo associò alla propria attività con una collaborazione così stretta da rendere talvolta difficile separare l’opera del padre da quella del figlio, il quale seppe comunque così distinguersi da succedere al genitore nella carica di geografo ufficiale di Luigi XV, incarico di cui lo onorò anche Stanislao di Polonia.
L’articolo dell’Encyclopédie è il frutto della pratica acquisita nel 1752 costruendo i globi per il re di Francia, rimontati già prima della compilazione dell’articolo (1757) e a cui ulteriormente lavorò con aggiornamenti e migliorie dal 1764 al 1774.

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